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Il Maestro dei bambini turbolenti. Sandro di Lorenzo sculture in terracotta agli albori della Maniera

Costo totale: € 80.00 € 240.00 aggiungi al carrello carrello

Libri compresi nell'offerta:

Storia delle arti figurative a Faenza. I. Le origini

Faenza, 2006; br., pp. 193, 22 ill. b/n, 98 tavv. col., cm 17x24.

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 25.00)

Storia delle arti figurative a Faenza. I. Le origini

Storia delle arti figurative a Faenza. II. Il Gotico

Faenza, 2007; br., pp. 368, ill. b/n e col., tavv., cm 17x24.

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 40.00)

Storia delle arti figurative a Faenza. II. Il Gotico

Storia delle arti figurative a Faenza. III. Il Rinascimento. Pittura, miniatura, artigianato

Faenza, 2009; br., pp. 296, 225 ill. b/n e col., 225 tavv. b/n e col., cm 17x24.

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 30.00)

Storia delle arti figurative a Faenza. III. Il Rinascimento. Pittura, miniatura, artigianato

Ritratti di imperatori e profili all'antica. Scultura del Quattrocento nel Museo Stefano Bardini

A cura di Nesi A.
Saggio di Francesca Maria Bacci.
Firenze, 2012; br., pp. 199, ill. b/n, tavv. b/n, cm 17x24.
(Museo Stefano Bardini).

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 25.00)

Ritratti di imperatori e profili all'antica. Scultura del Quattrocento nel Museo Stefano Bardini

Il Cinquecento. Parte Prima

Faenza, 2015; br., pp. 332, ill. b/n e col., cm 17x24.
(Storia delle Arti Figurative a Faenza).

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 40.00)

Il Cinquecento. Parte Prima

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Scrittoio

Genesi

Torino, 2007; br., pp. 272, ill. b/n e col., cm 15x21.
(Letteratura. 18).

collana: Letteratura

ISBN: 88-7414-154-8 - EAN13: 9788874141548

Testo in: testo in  italiano  

Peso: 0.52 kg


La lunga frequentazione che ho maturato negli anni con Liana De Luca e le nostre conversazioni nel suo studio, attorniata da libri e quadri, mi evocano nella mente la complessa teoria dei suoi interessi intellettuali, che per altro è documentata dalle ordinate scaffalature di volumi di ogni genere, allineate alle pareti della casa. L'interlocutore si siede su una poltrona stile colonico Old America, mentre lei prende posto sul divano dirimpettaio. Sul latteo scrittoio, ticchetta l'orologio incastonato in una graffa appesa al barattolo di penne, matite e altri oggetti acconci per il mestiere di scrivere o di sognare. Un quadro la riproduce in abito da sera negli anni della seduzione: è appeso alla parete, tra le due finestre, che scontornano gli spazi di fuga dello sguardo oltre i confini dello studio. Sulle altre pareti vi sono quadri di tono minore, meno carichi di nostalgia e bellezza. Mi capita sovente di pensare a questo scrittoio di Liana De Luca come al grembo fisico in cui tutte le sue opere sono state fecondate, gestite e portate alla luce, anche se nella sequela degli anni questo utero d'arte scrittoria ha certamente subìto numerose metamorfosi. Ma è la funzione che definisce l'organo, non la fisionomia: e la funzione è sempre rimasta quella. Liana De Luca ha la nozione di scrittoio come di capsula metastorica e metamondana, mediante la quale la sua vita ordinaria, ridotta al cinque per cento del vivibile, si moltiplica e si espande come un frattale incontrollabile e diviene un'esperienza di suntuosa ricchezza. Lo scrittoio funziona da moltiplicatore del mondo: non contiene la verità del mondo, ma lo documenta in un'indefinita casistica di applicazione.
L'attività che si svolge nello scrittoio - sembra pleonastico ricordarlo - è quella di scrivere. Per Liana De Luca scrivere consiste in un'azione di denotazione e di connotazione o, se si preferisce, di inventario e di invenzione del mondo. Lo si capisce molto chiaramente se si va a leggere il suo breve ma fondamentale Elogio del saggio, qui riprodotto, in cui De Luca non nasconde di provare simpatia per la critica creativa e più ancora per il saggio, che "affronta un autore o un testo ampliando la propria indagine oltre i valori della scrittura, analizzando i tempi e i luoghi della trattazione, prendendo in considerazione il substrato filosofico e l'invenzione narrativa, l'abilità descrittiva e il bagaglio culturale, le componenti storiche e cronachistiche, i dati ambientali e l'esegesi morale". Per De Luca le cose vanno raccontate per potersene appropriare: le appartiene solo ciò che le riesce di organizzare in forma di linguaggio; le appartiene tutto ciò che il linguaggio descrive in modo da permetterci di minutamente osservarlo sia per ciò che sembra sia, e soprattutto, per ciò che non sembra essere. La realtà è da lei raccontata attraverso l'osservazione puntigliosa dell'apparenza e della sostanza. Ma l'osservatore puro, cioè colui che indaga con curiosità la fenomenologia del mondo, per bearsene e per descriverla agli altri, solitamente, viene definito un flâneur. Allora, lo studio della De Luca non è quello dell'enciclopedista bensì del flâneur (o meglio, per pignoleria, della flâneuse). Ovviamente il modello cui mi riferisco è quello del filosofo tedesco Walter Benjamin e demanda al gusto di misurarsi in un'avventura letteraria che cerchi continuamente il valore fondante delle cose, ma che sia, nel contempo, consapevole dell'impossibilità storica di ritrovarlo in qualsiasi testo considerato, di qualsiasi epoca o letteratura. Ciò che resta in piedi è la gioia dell'osservazione, il piacere di vivere le sorti della creazione artistica: il godimento di tuffarsi ogni volta nello specifico linguaggio dei simboli per fruire dello spettacolo di farli funzionare, così come era stato concepito che funzionassero per mano del loro autore, senza pensare che la concezione del mondo che volta a volta esamineremo nei diversi autori giunga mai a rappresentare la verità. Sotto questo profilo, ecco allora che la ricerca può anche assumere un andamento casuale, cioè può divenire un'avventura, per usare l'espressione cara a Benjamin, diviene associabile all'attività del flâneur. Infatti, non è dato a nessuno scoprire l'ordine, la direzione e il verso del vero. Non è concesso a nessuno determinare la complessione definitiva delle cose - come aspirerebbero fare gli enciclopedisti, che sono animati dal desiderio di redarre il perfetto repertorio della realtà - mentre, in realtà, ci è solo concessa la facoltà di osservare la fenomenologia indefinita con cui il mondo si manifesta. Queste considerazioni sono, forse, utili a darci conto del perché i saggi di Liana De Luca, apparsi in questi anni su una pluralità di riviste e qui riproposti insieme nello Scrittoio, descrivano interessi culturali della scrittrice apparentemente frammentari ovvero organizzati per singoli episodi e per eventi autonomi. Certamente, non c'è immediatezza di collegamento tra San Girolamo, Pirandello, Garibaldi, Tamerlano, Manzoni e la maschera di Gioppino. Ma c'è un gusto raffinatissimo di avventura, questo è innegabile. Pertanto, Liana De Luca ha organizzato negli anni la sua attività di saggista in termini di illustrazione della splendida avventura dello scrittoio: ossia in termini di dilatazione della vita sua e della vita di tutti gli autori o dei soggetti di cui si è interessata. De Luca ha lavorato sul fascino di raccontare l'arte e la creazione artistica, in secoli e in forme sempre diverse, ogni volta cercando, con meticolosa metodologia scientifica di documentazione, l'esatta corrispondenza tra la parola e le cose, per ricostruire la tecnica dei diversi linguaggi adoperati.
Come ama ricordarci l'autrice, il libro è il terzo volume collettaneo di saggi e mantiene dei due precedenti l'uguale criterio di presentazione dell'avventura compiuta. Precisamente, i saggi si ripartiscono in modo settenario tra studi dedicati agli autori ovvero dedicati ai protagonisti delle opere ovvero dedicati a spunti ideativi di scrittura (dicasi argomenti o tematiche). Nei tre libri finora pubblicati - Donne di carta, Uomini di penna e Scrittoio - è possibile scorgere una ricorrenza ovvero una continuità di orientamenti e di scelte. Fino troppo scontato, è la verifica che al centro degli interessi di De Luca si colloca la letteratura italiana. Ma non solo quella, perché frequenti sono gli sconfinamenti effettuati dalla De Luca negli ambiti della filosofia, delle religioni, delle arti - pittura, scultura, architettura, musica, teatro e cinema - come ricorrono con fre­quenza gli sconfinamenti nelle altre letterature europee consorelle - si pensi agli studi da lei dedicati a Edgar Allan Poe e a William Blake, ovvero le indagini all'interno della letteratura latina, come è il suo splendido volume dedicato a Tibullo, collocato nella collana dei Check-in, da lei stessa diretta. Liana De Luca ha saputo realizzare un'esemplare continuità nella diversità: pur consacrando i suoi studi alla letteratura italiana, lo ha fatto sapendoci sempre sorprendere per la facoltà di dilatare indefinitamente le origini e gli sbocchi di interessi della nostra lingua nazionale. Anche quando ci parla di egittologia, De Luca sa agganciare lo studio dell'antichità remota alle sorti descritte della nostra patria lingua: c'è sempre il richiamo alluso o il ponte ardito lanciato sulla voragine dei secoli che congiunge luoghi e tempi tanto diversi. Alla fine, ciò che riempie di più la memoria, però, sono gli echi del Novecento. Certamente, troneggia d'Annunzio, come la macchina di scrittura in­contestabilmente più poderosa e più nichilistica di tutta la nostra secolare tradizione letteraria; poi c'è Montale, l'enigma del baratro conclusivo del Novecento, con l'impossibilità di sapere reggere davanti a tanta consapevolezza di disperazione e di levità irridente; poi c'è Pirandello, con la dispersione dell'individualità nell'impossibilità di raccontare l'autonomia definitoria dell'essere uma­no in una civiltà moderna di massa; poi c'è la drammatica ricerca del dio assente, che la cultura moderna ha ripudiato e relegato al ruolo di reliquia museale di un passato consunto. Ma più di tutto c'è l'interpretazione complessiva della letteratura come capacità di epopea e di racconto dell'esperienza umana sia reale sia sognata, quindi, ci sono i grandi romanzi storici, da Manzoni a Striano, ma anche ci sono i grandi poemi della letteratura, da Dante, Petrarca e Tasso fino a Gozzano e Saba e a molti altri ancora. Ma più di tutto c'è la concezione dei tempi nuovi che stiamo vivendo, nelle sorti di parità amorosa e competitiva tra l'uomo e la donna e nella rappresentazione della loro nudità ideologica davanti all'azzardo del futuro: dal suo Scrittoio, De Luca ci parla, attraverso il passato, di un uomo e di una donna attuali oggi e che non hanno valori ideologici forti da fare funzionare come usbergo contro l'offesa degli imprevisti, ma che posseggono solo la capacità di orientarsi nell'infinita storia delle loro origini e di rievocare ciò che sono stati per prevedere - per più vedere - ciò che saranno in futuro.

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