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OFFERTA DEL GIORNO

Bernardino Luini. Catalogo generale delle opere

A cura di Cristina Quattrini.
Torino, 2020; cartonato, pp. 544, ill. b/n, tavv. b/n e col., cm 22x31,5.
(Archivi di Arte Antica).

prezzo di copertina: € 160.00

Bernardino Luini. Catalogo generale delle opere

Costo totale: € 160.00 € 840.00 aggiungi al carrello carrello

Libri compresi nell'offerta:

Dosso Dossi (1489-1542). La Pittura a Ferrara negli Anni del Ducato di Alfonso I

A cura di Romani V. e Pattanaro A.
Cittadella, 1995; 2 voll., ril. in cofanetto, pp. 1500, ill. b/n e col., cm 25x34.
(Università di Padova. Dipartimento di Storia delle Arti Visive e della Musica. Pittura del Rinascimento nell'Italia Settentrionale. 1).

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 680.00)

Dosso Dossi (1489-1542). La Pittura a Ferrara negli Anni del Ducato di Alfonso I

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Fortitudo pallacanestro

Damiani

Bologna, 2005; br., pp. 144, ill. col., cm 24x33.
(Sport).

collana: Sport

ISBN: 88-89431-26-1 - EAN13: 9788889431269

Soggetto: Fotografia

Periodo: 1960- Contemporaneo

Luoghi: Nessun Luogo

Testo in: testo in  italiano  

Peso: 1 kg


Lo scudetto forse più bello e sicuramente sofferto nella storia del campionato di basket, raccontato come un film. Fotogramma dopo fotogramma, ma senza sonoro. Il testo, infatti, è un sostegno convenzionale, importante per i turisti che si trovino di passaggio a Bologna, la Città dei Canestri.
Avvisiamoli subito: questa guida, non è per loro.
Lo scudetto che si è assegnato giovedì 16 giugno 2005 di fronte a undicimila testimoni oculari presenti al Forum di Assago, Milano, tra i quali spiccava una significativa quota del Prodotto Interno Lordo italiano schierato nelle prime file di parterre, è una questione strettamente personale, di chi l'ha voluto, cercato, meritato. Ma ognuno di noi, orgoglioso del senso di appartenenza allo stesso popolo e con l'innocente presunzione di sentirsi diverso dagli altri, l'ha vissuto dentro in maniera originale.
Nella sceneggiatura per immagini scritta dai fotografi del pool di Giulio Ciamillo ed Elio Castoria, ognuno può trovarvi il proprio film. I propri eroi, le comparse che hanno lasciato un segno, i nemici che si sono arresi e guardano sconsolati i vincitori, le rivalse, i frammenti di un cammino che ci ha riunito tutti attorno al campo da gioco a pregare, idealmente o fisicamente, ciascuno a modo suo, rinnovando la liturgia pagana delle piccole scaramanzie che in altre occasioni non avevano funzionato. Ogni singolo tifoso Fortitudo rivivrà così i ricordi, le emozioni, i segni di un destino cinico ma finalmente un po' meno baro del solito, la paura, l'immensa gioia, il calore delle persone con le quali ha condiviso l'intensità e il casino di quella notte in piazza Maggiore, i volti sereni e sorridenti degli amici che ha sentito profondamente vicino, anche se erano ormai troppo lontani per riabbracciarli un'ultima volta.
Purché non si tocchi il finale, ognuno è libero di metterci tutto quello che vuole in questa meravigliosa vittoria della Fortitudo.
Si dice che oltre al lavoro duro e quotidiano in palestra siano i particolari, le cose apparentemente insignificanti, a lastricare la strada delle grandi imprese. Non rientra certo in questa categoria il rosario di telecamere che hanno ripreso quella quarta partita di finale, nell'anno in cui per la prima volta l'esclusiva del massimo campionato di pallacanestro è stata strappata da un privato all'avaro grembo della Rai.
Con i mezzi che abitualmente metteva in campo la televisione di Stato, infatti, sarebbe stato impensabile ricorrere all'Istant replay, la sentenza che ha aperto una breccia e fatto scuola nello sport italiano. Per carità. Abbiamo già visto il casino che scoppiò a Livorno, qualche anno fa. Il tiro scoccato da Ruben Douglas a 24 centesimi di secondo dalla sirena sarebbe rimasto un'inutile prodezza balistica e avremmo dovuto attendere il quinto scontro della serie per conoscere l'epilogo. Siamo sinceri, non ci sono prove, ma sappiamo che le cose sarebbero andate così. L'abbiamo pensato tutti, felici per il pericolo scampato, dopo aver visto disegnarsi nel cielo l'arcobaleno a tre colori.
Dove fallì Eric Murdock, cervello di una TeamSystem che sfiorò soltanto la vittoria finale in una tumultuosa sfida con Treviso, è invece passato di slancio Rupert Murdoch, signore delle parabole satellitari e padrone di Sky. Ben arrivato! A conti fatti il magnate australiano delle tivù è lo straniero che ha inciso di meno sul budget che Giorgio Seragnoli ha affidato a Enzo Lefebre e Zoran Savic per costruire la squadra pilotata fino al traguardo dall'immenso Jasmin Repesa, ma è innegabile che sia quello che ha reso di più.
Anche lui, però, ha avuto bisogno della squadra come insegna senza deroghe lo sport dei canestri. E questa squadra, la Fortitudo nata con l'arrivo in sordina di Repesa, è quella che più di ogni altra _ nel recente passato_ sia riuscita a trovare le frequenze dei propri tifosi e a sintonizzarsi così con quello spirito di cui molto si è favoleggiato in questi anni, spesso a sproposito o in termini eccessivamente dilatati rispetto alla reale caratura dei protagonisti.
Lo spirito Fortitudo, che significa soprattutto non arrendersi mai, talvolta perfino con incoscienza, è associato a un campione sconosciuto arrivato a Bologna nel 1968, Gary Baron Schull, scomparso proprio durante l'ultimo campionato, ma rimasto sempre legato e affettuosamente vicino alla Effe scudata. Sull'abbonamento di quest'anno c'è la sua immagine in trionfo, sanguinante, al termine di un derby vinto in cui realizzò 30 punti e tirò giù 20 rimbalzi. Fu la sua risposta sul campo a Terry Driscoll, il bostoniano della Virtus col pedigrée di prima scelta Nba, che nelle schermaglie delle vigilia, ai giornalisti che gli chiedevano un parere sul suo avversario diretto, rispose con un accenno di supponenza: "Schull? E chi è?".
Il Barone, al quale la società biancoblù ha deciso di intitolare la curva del palasport di Piazza Azzarita dove ha piazzato le tende la Fossa dei Leoni, è un altro degli amici che hanno visto il tiro di Ruben Douglas da una prospettiva ben più alta del ferro e qualcosa avrà fatto anche lui lo scorso 16 giugno. Sicuramente ha almeno soffiato per addolcire la traiettoria di quel pesantissimo pallone.
Eppure una delle prime volte in cui l'Aquila ha impresso con orgoglio il proprio marchio di fabbrica, fu in un altro scontro diretto con la Virtus del febbraio 1969 che il guerriero Schull visse di fianco alla panchina, seduto su una sedia a rotelle, perché l'avevano operato al menisco che si era sbriciolato la settimana precedente contro l'Ignis Varese. Il protagonista a sorpresa fu Guglielmo Granucci, detto Bill, ala piccola, toscano di Lucca, autore di 20 punti: oggi viene da dire che senza dubbio qualcun altro, tra i presunti assenti al palasport, da lassù soffiò sui suoi palloni, o quantomeno sulle lenti degli occhiali da vista che indossava, assicurati per bene con gli elastici da cancelleria.
Schull non era Superman, ma seppe diventarlo trasfigurandosi in una leggenda per il suo popolo. Aveva sangue indiano nelle vene, istillatogli dalla nonna materna che discendeva dai Seminoles della Florida. Non erano le sfide impossibili a scoraggiarlo. In campo e nella vita sapeva dare tutto se stesso, senza calcolo, senza risparmiarsi mai, con un attaccamento viscerale alla causa per cui si batteva. Lavorava moltissimo in palestra come oggi Jasmin Repesa chiede ai suoi giocatori e questo è certamente un sentiero sicuro da seguire. Per due stagioni riuscì perfino a nascondere al grande Beppe Lamberti, stratega della panchina e all'acuto Piero Parisini che lo convinse a venire a Bologna ghermendolo all'Onestà di Milano quando il suo approdo in Lombardia sembrava già fatto, il diabete che ne insidiava il possente fisico e che poi se l'è portato via per sempre. Altri tempi, altra pallacanestro. Col Barone in squadra la Fortitudo ribaltò per la prima volta gerarchie cestistiche che sembravano granitiche a Bologna, creando il precedente che ha sicuramente contribuito a fare lievitare il basket da evento sportivo a fenomeno sociale. L'esplosione è avvenuta tanti anni dopo, ma allora è partito un segnale forte nella città pazza per i canestri. La parrocchia aveva sempre più fedeli e di fede, in termini sportivi, bisogna proprio parlare quando si parla di biancoblù. Insomma, l'Aquila cominciò seriamente a dare fastidio. E ancora oggi, pur di fronte a uno scenario assai diverso da quello di quell'epoca, c'è un pensiero unico che resta ostile alla riva di San Felice. Pazienza. Con Aspro passerà.
Di questo clima Repesa si accorse subito, appena arrivato. A Bologna il suo ingaggio a stagione in corso, dopo un derby vinto da chi lo ha preceduto in panchina, sembrò un oltraggio al buon senso e alla decenza. E dire che quella mediocre partita non era la finale di Coppa del mondo, ma un confronto tra due squadre malate, virtualmente fuori dai playoff, la nona contro la decima. Ma dal cuore della città tutto appariva così diverso e, senza offese per alcuno, distorto.
Il coach croato, tre volte finalista per il titolo italiano e una in Eurolega in due anni e mezzo di panchina Fortitudo, ha capito immediatamente che fuori dallo spogliatoio non avrebbe trovato grandi sponde ed è proprio lì, nel ventre caldo del palasport, che si è chiuso a lavorare in silenzio per costruire la sfida che ha concluso un ciclo felice con la vittoria di Milano e che si spera di rinnovare prima o poi, dopo la sbornia per questo scudetto. Nel momento più delicato ha sentito di avere la società vicino e questa è la cosa che conta. E l'ha sostenuto anche a rischio di sfidare certi umori di piazza che nel bene e nel male rendono unica per gli appassionati di pallacanestro la Basket City emiliana.
A Bologna sono finiti sulla graticola allo stesso modo carneadi e patriarchi della panchina come il professor Aza Nikolic: si metta l'animo in pace l'orso Jasmin. Per un uomo che ami davvero tanto questo sport è un privilegio venire a lavorare in queste latitudini e sa di essere invidiato da tanti colleghi perché la vita, e quindi anche il basket, conservano una profonda impronta ironica e goliardica.
Non solo viscere e passione, che comunque male non fanno.
Non ci sarà mai più un Gary Schull, un altro giocatore che sappia assurgere a icona sacra e riconoscente. Solo Teo Alibegovic, ieri artigiano di un memorabile pomeriggio a Reggio Emilia in cui lo scudetto era la salvezza dalla retrocessione in serie B, oggi architetto chiamato a costruire il futuro Fortitudo, si è ritagliato un posto simile nell'immaginifico del suo pubblico.
Ma un gruppo giovane, pilotato dal talento in parte ancora insondato di Stefano Mancinelli e Marco Belinelli, potrà restituire ai tifosi qualcosa di altrettanto importante, in sintonia con la pallacanestro dei nostri giorni e le ambizioni del club: una squadra che sappia trovare sul campo, quotidianamente, le motivazioni, gli stimoli per migliorarsi e trasmettere sentimenti veri al proprio popolo, ben felice di sentirsi coinvolto nella loro crescita.
Il campionato del sorriso leggero di Ruben Douglas, che ha vissuto la svolta decisiva nel piacere di lavorare insieme ancora più duramente dopo le avversità e l'infortunio che ha messo fuori gioco Milos Vujanic, stimolando le corde di campioni che hanno dato tanto alla causa come Basile e Smodis, ricomincia con una scommessa seducente. Potrebbe nascerne un nuovo libro, un altro sogno a colori da custodire per sempre. Ma questo, purtroppo, oggi può essere soltanto un augurio.
Intanto godiamoci ancora una volta, pagina dopo pagina, la spendida cavalcata di questa vittoria.

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