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OFFERTA DEL GIORNO

Giorgio De Chirico. Il volto della metafisica.

Genova, Palazzo Ducale, 29 marzo - 7 luglio 2019.
A cura di Noel-Johnson V.
Milano, 2019; ril., pp. 246, ill. col., cm 24x29.
(Arte Moderna. Cataloghi).

prezzo di copertina: € n.d.

Giorgio De Chirico. Il volto della metafisica.

Costo totale: € 35.00 € 141.00 aggiungi al carrello carrello

Libri compresi nell'offerta:

Giorgio De Chirico. Il volto della metafisica.

Genova, Palazzo Ducale, 29 marzo - 7 luglio 2019.
A cura di Noel-Johnson V.
Milano, 2019; ril., pp. 246, ill. col., cm 24x29.
(Arte Moderna. Cataloghi).

OMAGGIO (prezzo di copertina: € n.d.)

Giorgio De Chirico. Il volto della metafisica.

Giorgio de Chirico. Nulla Sine Tragoedia Gloria

Atti del Convegno Internazionale di Studi - Auditorium Dell'Iri, Roma, 15 ottobre - 16 ottobre 1999.
A cura di Claudio Crescentini e Crescentini C.
Co-Editore: Associazione Culturale Shakespeare and Company 2.
Montecatini Terme, 2002; br., pp. 504, 188 ill. b/n, 21 tavv. col., cm 21x30.
(Shakespeare and Company. 2).

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 75.00)

Giorgio de Chirico. Nulla Sine Tragoedia Gloria

Mutazioni. Segni e sogni del XX secolo. Da de Chirico a de Maria

Gavirate, Chiostro di Voltorre, 23 febbraio - 27 aprile 2003.
Milano, 2003; br., pp. 108, ill., tavv., cm 16x22,5.
(Biblioteca d'Arte).

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 18.00)

Mutazioni. Segni e sogni del XX secolo. Da de Chirico a de Maria

Georges Rouault, Giorgio De Chirico

Mosummano Terme, Villa Renatico Martini, 23 novembre 2003 - 15 febbraio 2004.
Lyon, La Spirale, 4 ottobre - 31 ottobre 2004.
A cura di Cassinelli P., Giori M. e Viggiano D.
Testo Italiano e Francese.
Ospedaletto, 2004; br., pp. 150, ill. b/n, tavv. b/n, cm 17x24.

OMAGGIO (prezzo di copertina: € 13.00)

Georges Rouault, Giorgio De Chirico

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Piazze del Salento

Edizioni del Grifo

A cura di M. Mainardi.
Lecce, 2005; ril. in cofanetto, pp. 254, ill., tavv. col., cm 25x35.

ISBN: 88-7261-287-X - EAN13: 9788872612873

Soggetto: Architettura e Arte Civile,Collezioni,Fotografia,Regioni e Stati

Periodo: 1960- Contemporaneo

Luoghi: Puglia

Testo in: testo in  italiano  

Peso: 2.26 kg


In piazza, accoccolati sulle ginocchia del Municipio, stanno i disoccupati a prender l'oro del sole.

Non si poteva non partire dalla magia della parola di Vittorio Bodini, dagli incanti "meridionali" della sua delicata luna borbonica, per scrutare il senso autentico della cara vecchia piazza dei paesi del Salento. Ci piace allora iniziare la nostra presentazione alla consueta strenna natalizia delle "vistose" Edizioni del Grifo coi versi troppo veri del poeta del Sud e delle case di calce, quei cubicoli di coloristica, ciardiana memoria, sulle cui terrazze sbattevano sonori e lindi i lenzuoli. Il tema della piazza, che quest'anno abbiamo preso a pretesto per parlare ancora con curiosità delle bellezze della riscoperta provincia di Lecce, vede, così, il suo incipit prender linfa dalle corde identitarie tese caldamente dal creatore del gufo di tufo delle Scalze, quel mostro di pietra che guarda rapito e invidioso il sottostante quadretto d'uno slargo urbano vivacizzato dalle prime schermaglie amorose di giovanette d'altri tempi alle prese col balletto, estroso e cadenzato, degli sguardi maschili controllati da nere mamme austere e benigne all'occorrenza.

Bastava tuttavia che la luna mandasse per il cielo, già divenuto d'un colore muschioso, i suoi pungenti suoni di clarino, perché da ogni soglia scendessero le fanciulle, e s'avviassero verso la piazza seguite a vista dalle madri.

Nel dar la stura alle nostre rivisitazioni sugli invasi pubblici - riconosciuti "vuoti" pieni di vita - ci soccorre un altro, forse meno noto, cantore del sentire tradizionale del popolo salentino, che non ha mancato di regalarci splendidi scatti fotografici anche sull'ambiente urbano della prima metà del Novecento. L'appartato e genuino Giuseppe Palumbo, invero, da etnografo visuale ante litteram, innamorato dei luoghi di casa sua, ha inteso - nei modi immediati e oggettivi dello sguardo eloquente proprio d'un naturalismo che si fa scrittura di luce descrittiva - fissare nel vetrino quel suadente bianco e nero dei palcoscenici, quieti e cordiali, dell'esistenza di paese. Le foto delle piazze con la rotonda per il concerto musicale nei giorni di festa per il protettore sono, per l'appunto, il frutto lavorato di una conoscenza delle cose che nasce dall'osservazione e dalla partecipazione - senza affettazione e compiacimento - che si fa condivisione. Per questi motivi prendiamo a riferimento identitario del presente discorso sui luoghi urbani espressione distinguibile di rappresentazione simbolica la felice e suggestiva immagine del Largo Piazza di Zollino, fermata per noi dal buon dilettante colto di Caprarica di Lecce. La scena è monopolizzata dalla chiesa matrice dei santi Pietro e Paolo, un edificio contenuto ed essenziale, punto di confluenza delle basilari e tortuose vie principali che, partendo dal nucleo antico, conducono all'esterno dell'abitato. L'atmosfera "meridiana" che regna nel cantuccio centrale del paese è "popolata" da una singola e struggente scura figura di vecchietto con cappello a larghe tese accucciato (e solenne nella postura di contadino misu-rato e dabbene) sul gradino laterale del tempio. Nel lato in ombra del minuto sagrato ristora le membra assorto com'è nei suoi pensieri. Il tutto compone un fondale che evoca una profonda intimità psicologica che invita a lontane frequentazioni antemodernizzazione. L'icasticità della rappresentazione è dippiù data dal proscenio elementare d'una misera abitazione calcinata, che guarda timorosa l'ingresso indulgente della parrocchiale, che trionfa col fregio terminale dell'Assunta. Sullo sfondo fa capolino uno spicchio del solito palazzotto signorile con piano nobile balconato. Minima e morfologicamente irregolare, sgombra di uomini e di passioni, nell'ora afosa degli interminabili giorni di sole del Mezzogiorno, la piazzetta è proprio l'emblema austero del vivere contadino di ieri.
Assieme al campanile, il vano pubblico della comunità ha sempre e indissolubilmente rappresentato il reale spirito del luogo. E lì, in quell'ambiente "inventato" per il quotidiano raduno dei paesani, che si è cementato - generazione dopo generazione - il senso tutto italiano (e, in primis, del Sud della luce che strugge finanche i grumi illividiti degli atavici soprusi) del radicamento, del culto per la piccola patria. Nello spicchio riposto del cuore ciarliero di ogni ristretto o grande abitato si è, dunque, cristallizzato il sentire comune, la cultura locale. La piazza viene ancora oggi, in buona parte, specie nei centri a dimensione più contenuta, pensata, ricordata (per chi è via, per lavoro, studio e quant'altro) come la figurazione dell'appartenenza, il posto simbolico in cui si sono cucite le trame delle relazioni, che saldano tra loro i sentimenti di un variegato complesso di famiglie che hanno voluto così "riconoscersi" condividendo valori ritenuti essenziali.
Il concetto può riassumersi nella icasticità di una locuzione valida, forse più che altrove, per la vecchia Terra d'Otranto: dalle nostre parti, vuol soprattutto dire "a casa nostra", in piazza!
Brutta o bella che sia, ricavata da ormai vecchi sventramenti o, più raramente, progettata come biglietto da visita per la città, sia essa un comune slargo viario oppure una barocca scena infiorata da artistici manufatti, l'agorà del Salento è ogni volta capace di fungere da richiamo per quanti, suoi figli, ne sono sedotti per la densità emotiva che trasuda.
Il volume che tra breve sfoglierete, cari lettori, racchiude, in buona sostanza, il succo di quanto sopra abbozzato; l'apparecchiamento del progetto editoriale che ne discende è stato pensato per mettere in risalto l'ormai collaudato registro delle immagini fotografiche che inducono lo sguardo a fertilizzazioni del pensiero. L'orgoglio di paese, di ogni paese - la piazza come squadernamento dell'esserci comunitario, luogo di in-contri e scontri, di sottovoce e di clamori - viene in tal modo a manifestarsi pienamente nel sito-fulcro deputato al perpetuarsi (e al precipitarsi) delle profonde dina-miche della socialità. Di tale sistema di segni, fisici e soprattutto mentali, cerca di dare conto - per quanto può e deve una pubblicazione calendariale, progettata per fare essenzialmente un bel regalo illustrato alle persone a cui ci si tiene - il nostro impegno di appassionati amici di una sub-regione culturale che è anche linfa, umore vitale per continuare a trovare nella propria terra le ragioni per una esistenza più piena e digni-tosa. Prendendo a pretesto la sintesi, materiale e immateriale, del punto di coagulo della manifestazione visibile del sentire civico (quel nodo di valori spaziali, architettonici e scenografici resi pulsanti dal teatrino degli sguardi e delle mosse della gente), abbiamo, soprattutto, inteso discutere liberamente - senza l'assillo delle parole pesanti, troppo rinchiuse negli steccati di discipline autoreferenziali - sulla personificazione collettiva del punto nodale dell'identità urbana del Salento.
Leggendo le schede sulle piazze prescelte per il viaggio visuale, verranno a giorno - ne siamo certi - numerosi inviti intellettuali che scaturiscono dalle personali riflessioni condotte dagli autori sollecitati dal fulgore degli scatti del solito Pierluigi Bolognini accompagnato - questa volta - dal figlio Pippo. I temi che il libro fotografico propone sono tutti espressione di quel vuoto pieno di vita ove si fronteggiano la verticalità dispendiosa della chiesa matrice e l'imponenza ricercata del palazzo baronale. In un'area geografica, nel passato, in tutto e per tutto dominata da signori della terra (e arbitri parziali dei destini dei contadini), ed educata dalle prescrizioni della folla dei preti (e della pletora di affamati religiosi, maggiori e minori), la piazza segue la direttrice impressa, sugli uomini e sulle cose, dai pa-droni esigenti dei fondi e dagli interessati pastori delle anime. È, dunque, l'elemento riconoscibile della presenza ingombrante del binomio ecclesiastico e feudale. Sul suolo della piazza, pregiato perché sottratto all'edificazione, hanno detto fortemente la loro il signor marchese e monsignor arciprete. Il sagrato della parrocchiale e lo slargo del castello hanno, solo col tempo, assunto la veste di platea civica, un luogo lentamente conquistato (eroso) da una debole municipalità, incapace - il più delle volte, per intrinseca minorità economica e istituzionale - di fronteggiare le pretese e le arroganze del broccato e della talare.
Le piazze del meridione d'Italia non sono cresciute sotto l'ombra protettiva della torre svettante del Comune centro-settentrionale; da noi è la mole della residenza, dapprima fortificata e poi ingentilita, dell'utile signore che si acquistò il feudo a giganteggiare sopra un tappeto di casette bianche e "terragne". Lo spazio fisico che oggi ha assunto per lo più l'aspetto di elegante salotto all'aperto e di cortile dello struscio urbano, nella non piccola parte di casi, non ha una origine architettonica pensata. La piazza, specie nei borghi meno estesi del Salento, non possiede unità stilistica perché ciò non rientrava negli intenti del feudatario di turno che, caso mai, con la magnificenza degli ornati di taluni prospetti residenziali, affaciantisi sul suo "sagrato personale", intendeva soltanto veicolare la grandezza ammonitrice del casato (e segnare la palpabile distanza dal popolo). Gli abbellimenti del vecchio centro topografico del paese (le statue e le fon-tane), lì dove arrivarono, furono il risultato (dispen-dioso) della (tardiva) conquista post-feudale del Municipio da parte del ceto predatorio dei "galantuomini", eredi neghittosi della classe proprietaria d'antico regime. Eccezione che conferma la regola è stata la colonna votiva, col santo protettivo, alzata col concorso popolare per devozione verso l'esigente patrono di turno anche nei tempi bui dei reggimenti baronali. Le fece da contraltare laico, però - in talune realtà già verso la metà del XVI secolo - l'Orologio a ore (talvolta privo dei "costosi quarti"), innalzato per esigenze di regolazione delle fasi del lavoro e della malattia. (L'orario pubblico abbisognava per apprestare le dovute cautele nei momenti caldi della malattia malarica che marcava a vita le povere popolazioni contadine.) La inconfondibile torre dell'oriolo dell'Università poi Comune è l'unica concessione che il potere-forte del feudatario ha ritenuto di offrire per non alimentare inutili lagnanze che non era il caso di lasciar fermentare. Gli esili campaniletti misuratori del tempo (quasi sempre impegnato a sfacchinare nei fazzoletti di una terra da redimere) non costituivano ostacolo allo svolgersi delle dinamiche di vossignoria. E se quandanche avessero ospitato il Sedile del paese - il posto minuscolo nel quale si tenevano le soporifere riunioni degli Eletti - la faccenda non poteva impensierire più di tanto l'autorità massima, che conosceva bene i suoi polli: quella manciata di notabili intenti a non delude-re il magnifico possessore del tartassato feudo.
Ad ogni buon conto ci pensava sempre l'insegna lapidea della schiatta comandante - troneggiante sopra il portone bugnato del palazzo fortificato - a marcare la differenza col timido gonfalone municipale e sopravanzare le pretese pure architettoniche della squattrinata e larvale istituzione civica. Ristabilita la supremazia fattuale e simbolica sullo slargo cittadino, si poteva liberamente acconsentire al disbrigo delle innocue (e, anzi, profittevoli) pratiche comunitarie di mercato (fiere) e di fede (feste solenni con processioni).
Le grida degli ambulanti e le litanie dei fedeli movimentando, nei giorni canonici, il palcoscenico ove tutto si riassumeva, semmai amplificavano la grandezza del vassallo di paese. La polifonia dei mercadanti e l'Ora pro nobis dei confratelli risuonavano puntuali nei siti deputati alle adunanze cittadine. Una boccata di aria libera e festiva si prendeva nelle occasioni mercantili e religiose nelle piazze e piazzette tirate a lustro per le rituali drammatizzazioni del teatro delle comunità.
La testa di ogni paese, una testa sia per i grandi sia per i piccoli corpi fatti di abitazioni, ha così espresso in pieno (e lo fa ancor oggi anche se in forme cangiate ma sostanzialmente antiche) il carattere degli abitanti che, vuoi nelle ambientazioni maggiori (tra volumetrici giochi architettonici che disegnano scene superbe e incantate), vuoi in quelle minori (in un elementare accalcarsi di cellule contadine raccolte nel chiuso delle sentimentali e vivaci corti), interpretano, in passi cadenzati, le mosse consuete della quotidianità. Se i battiti della coesione psicologica si concatenano in contesti di travolgente carica di poesia (e ve ne sono diversi nel Salento dei bei recuperi urbani), impastata di armonia apparentemente istintiva, di compiuta bellezza, può dirsi risolto il tragitto di appropriazione felice del centro da parte di fortunati paesani che sostano illegiadriti in luoghi permeati di ricche significazioni.
Accade, allora, che le piazze, nobilitate dall'affittirsi di episodi d'arte - grazie ai rapporti prospettici istituiti con lo spazio libero e alle gradazioni che essi crea-no - conducano i frequentatori a dilettarsi tra i riverberi di fascino che tralucono nella composizione di pietra, di sole e di aria. Bastano, financo, le tonalità dorate di muri di facciata, le lastre di pavimento dalla struggente levigatezza (specie sul finire di una liberatoria scrosciata di pioggia) e i ghirigori luminosi di sporgenze e rientranze per realizzare l'incarnazione d'un sogno a lungo carezzato. Sono indissolubilmente i rapporti tra i pieni e i vuoti, i verticalismi e le orizzontalità e le geometrie e le irregolarità le configurazioni che danno senso e carnalità ai vani pubblici. È, inoltre, la cornice umana delle piazze, di giorno e di notte, al mattino e alla sera, la figura semantica che esalta gli intrecci identitari, che si inverano, per l'appunto, nel lievitarsi delle trame di narrazione imbastite col filo rosso del passeggio e della chiacchiera, che è pure invidia e cattiveria. Nonostante che la contemporaneità, col suo paradigma di omologazione, abbia ridotto il valore coesivo della piazza di paese (coi suoi rituali attesi e metabolizzati), permangono - almeno così appare - gli elementi di richiamo per un'aggregazione spontanea, che trova nelle testimonianze fisiche del passato, nel patrimonio storico-artistico, quel quid che per strade incognite arriva sino a noi sotto forma di "scene di pietra".
Chi per consuetudine di vita, o per motivi di visita, ha modo di "stare" in una delle cento e più piazze salentine, di viverne le ore, i giorni e i volti delle persone e delle cose, capirà di getto quanto fino adesso si è cercato di significare con abbozzi di argomentazione. Più di qualsivoglia ponderazione - è il caso di rimarcare - può la riflessiva, pensata partecipazione. Saranno, in definitiva, le nostre vivide percezioni a condurci inavvertitamente nella scenografia totale della ridefinita agorà dei tempi delle macchine. Conclusa, in tanti e riusciti esempi, la fase delle piazze-parcheggio per automobili, vi si respira il clima di un movimento prevalentemente pedonale. Flussi serali di attori alla ricerca della distrazione e della ricreazione sciamano dalle vie che confluiscono nel vecchio fulcro urbano. Sostano per rivendicare visibilità e autorappresentazione. Soprattutto in quelle piazze che sono delicatamente penetrate di lato dalle strade, marginalmente, quasi "senza far rumore" (e non spavaldamente attraversate, violate), viene a sostanziarsi una riconquista amabile dello spazio depurato dall'ingorgo delle lamiere. Negli "invasi del cuore", le persone come le attività vengono drenate dal tessuto circostante per incontrarsi e restare in un vano aperto, libero, visivamente stimolante e funzionalmente confortevole. Fa-vorite da direttrici visive ideate per produrre un richia-mo verso le polarità della chiesa, dell'osanna e del castello, le vetrine urbane, grazie agli espedienti prospettici - che monumentalizzano e promuovono la figurabilità dell'assieme - rapiscono lo sguardo che s'acquatta nei rilassanti coni d'ombra dei magnifici edifici delle quinte.
La piazza, nel Salento come altrove, è - in via risolutiva - un elemento socio-urbanistico resistentissimo rispetto alle altre componenti della città. Per la sua persistenza, emotivamente esperita, merita di essere adeguatamente tutelata e fruita con eleganza e rispetto.

* * *

Prima di sfogliare con gusto l'album narrato, è il caso di spendere qualche parola sui redattori dell'iniziativa editoriale, nata da una collettiva scommessa intellettuale che da anni ci tormentava senza trovare l'approdo desiderato. Apre la fatica collettanea il contributo di Gabriele Rossi. Egli, tramite il ricorso alla documentazione catastale di primo Novecento, percorre l'evoluzione dell'oggetto urbanistico-piazza; ne confronta lo stato attuale con quello d'un secolo precedente. Dei molti ambienti pubblici esaminati traccia la storia dei siti, quasi sempre non idealmente pensati ma venuti in essere, nelle loro stratificazioni, per fasi spontanee. Attraverso una densità contenutistica, l'autore tratteggia i pregiati elementi dei tessuti urbani, riempitisi via via di funzioni responsabili della loro qualificazione spaziale. Le vecchie aree di risulta (interstiziali) dei tempi lenti di ieri, sono oggi diventate dei ricercati "vuoti basolati" da riempire con ammiccanti significazioni che producono vantaggi posizionali. Rossi, infine, non si limita a offrirci le storie urbanisti-che passate degli slarghi più o meno progettati. Discorrendo intorno al concetto odierno di deterritorializzazione dello spazio-piazza, pone alla nostra attenzione il venir meno, in qualche misura, dell'"ombelico delle comunità", del sentire il respiro profondo della gente che occupa (ognuno a suo modo) il posto spettantele nel teatro urbano. E come se le "piazze/paese" avessero mutato rotta per intraprendere un'altra, meno statica postura nella dinamica di relazioni che sta ridefinendo la prossemica dei cari vecchi luoghi posti nel baricentro degli abitati.
Dopo la scrittura tecnica dell'architetto segue quella lieve di Antonio Errico che, affabulatore qual è, ci racconta la vita intima della piazza, che è vista come distillato di esistenze, alambicco che filtra i pensieri, le gioie e le ansie, che si depositano negli angoli più autentici della memoria collettiva, di tutti e d'ognuno. Nella sua "Piazza Salento" rivive, filmicamente, il gioco interminabile delle schermaglie d'amore, delle lunghe attese senza risoluzione, delle preannunciate preoccupazioni e delle occasionali occupazioni dei momenti festivi. Il narratore ci riporta così indietro nel tempo, agli anni della nostra "meglio gioventù", passati ad aspettare un faticoso amorazzo e il calare complice del buio. Le sue delicate pagine sono zeppe di significati, di esperienze che ci hanno toccato. Come quel mi-scuglio di vecchi e giovani intenti a dirsi così già dette; nelle sere dei ricordi moltiplicate per non morire dentro, trafitti dalle ferite delle malelingue, contagiati dai fugaci entusiasmi trasmessici dai volti consueti degli amici della piazza, quelli di sempre. Errico, allora, tocca le corde giuste dello spirito e sùbito ci assalgono quelle visioni di crocicchi rumorosi di sodali intenti a sputare sentenze su ogni cosa. Il tempo disteso della piazza, mentale e carnale, con il gioco degli sguardi ora impietosi ora voluttuosi, aleggia ancora e noi ne rubia-mo un pochino per autoconsolarci.
Ai due scritti di contestualizzazione fanno sèguito quelli che illustrano le singole piazze. Sono firmati da quattro amici (compreso il sottoscritto) che, presi dalla voglia di meravigliarsi, proseguono il loro cammino editoriale alla scoperta delle suggestioni del Salento in piazza.
Silvia Famularo, con tratto descrittivo e coloristico, riesce a illuminare i molti volti delle piazze di paese. Con scrittura essenziale e pungente tocca, in questo modo, le corde del ricordo e della storia, alta e bassa, dei frequentatori dei pubblici invasi. Il suo periodare, proprio d'un giornalismo che s'informa e partecipa, avvince perché incede con semplicità sin dentro le cose e ce le rende amiche e vicine. Con penna vivace - che non manca di chiosare su aspetti apparentemente di poco conto - abbozza le scene salienti che si dipanano allegramente. Brioso è dunque il suo incedere; agile e giocosa è, in sostanza, la trama narrativa che attira il lettore, che sfiora "a volo d'uccello" i diversi oggetti (e soggetti) che rendono l'agorà tanto amata.
Alessandro Laporta, da collaudato studioso di belle lettere, ha la capacità di legare tra loro gli aspetti dotti e minuti presi dalle quotidiane vicende delle relazioni di piazza. Con armonia cuce i riferimenti al passato (illustre) e al presente (fatto per lo più di socievolezza e di spettacolo di sé). Il nostro compagno di viaggio editoriale, ebbene, grazie all'arte sua, connette la riflessione pensosa di Cosimo De Giorgi al battito materiale del "paninaro"; non dimenticando d'essere un uomo di scritture, ci regala convincenti spaccati sulla fisionomia culturale delle piazze, presi da opportune citazioni letterarie di chiari personaggi di Terra d'Otranto. Gli autori classici sono i suoi felici accompagnatori che, nel catino urbano per eccellenza, danno prova del loro sapere. Le piazze quindi risplendono per via degli inse-gnamenti di dotti peripatetici, sviscerati con il fascino soave della bella prosa. Ipotetici illustri signori affiancano Laporta nel viavai confabulatorio sul selciato delle piazze-sagrato del Salento. Se ne percepiscono i toni, le sfumature. Rapidi e leggeri, i tenui respiri d'agorà, allungati coi riflessi delle ombre passeggere dei meriggi del fulgore estivo, si sfogliano come fossero pagine vellutate del diario delle rimembranze. Una presenza discreta d'un ignoto passante di sangue blu, quasi fosse un redivivo Virgilio tutto rivolto a suggerire e imbeccare solo voci sbarazzine, scorta amorevolmente Laporta nell'itinerario piazzaiolo. Spuntano, così, sconosciuti episodi di vita vissuta che sollecitano la nostra vorace curiosità di cose mai sentite.
Giacomo Mazzeo, poi, con misurata eleganza e padronanza di linguaggio, riesce a rendere sensuale la vitalità della piazza vista come prodotto dei bei tempi che furono. Egli, attratto dalle descrizioni erudite di raffinati frequentatori di ieri, ci contagia esteticamente con vivide sensazioni di soddisfacimento, che discendono da educate raffigurazioni incentrate sul senso di teatralità e sul buon gusto delle "bomboniere" ecclesia-stico-feudali. Grazie ad un procedere scrittorio fatto di stile e signorilità, l'autore illumina quei carezzati spazi salottieri rallegrati da un popolo festante nel mezzo di luminarie e clamori. Come in un corposo romanzo dell'Ottocento, ambientato nel cuore urbano merlettato e raffinato d'un nostro grosso paese meridionale e padronale, si dipanano esuberanti scene di uomini e di pietra poste a servizio della ricercata fastosità. Lussuo-se carrozze trainate da cavalli finemente bardati percorrono, così, sicure, il vano della piazza. Echi di uma-nità vogliosa si rincorrono ansimanti nell'ambiente prediletto dalle comunità. Un'armonia composta, che raffrena i moti delle quotidiane preoccupazioni, aleggia nei raccolti vani pubblici segnalatici dal prezioso Mazzeo.
Chiude la pubblicazione il saggio bibliografico di Dino Levante, che non si limita a segnalare i titoli di scritti che hanno a che fare con il nostro "oggetto di strenna". Egli, attraverso l'elencazione di testi sulle e intorno le piazze di paese, ci fa "auscultare" le voci multidimensionali dei protagonisti degli "invasi della gente", quei minimi personaggi in cerca d'autore, tanto di ieri quanto di oggi, che sparendo e ricomparendo nelle pagine sconosciute di qualche capitolo, ci parlano della inossidabile centralità del luogo-principe della vita d'ogni comunità. L'elenco delle pubblicazioni diventa, senza dubbio, una guida ai "numeri" delle piazze, utile per ritrovare il sapore d'una scena antica, il volto d'un amico che non c'è più, lo scorcio d'un pezzo d'abitato popolato da un'umanità colorita e poi inesorabilmente svanita. Levante compie un esercizio culturale inedito per un bibliotecario. Ci mette di fronte i segni mutevoli delle piazze, figlie concrete dell'uomo del tempo. Trascrive per noi le didasca-lie delle istantanee sui larghi e sugli slarghi. Rivaluta, inoltre, gli autori che hanno, a loro modo, riferito sui dettagli d'agorà, apparentemente cronachistici; essi sono dopo diventati materia di memoria storica.
Lo scrivente, a conclusione della carrellata sugli intriganti "spazi della chiacchiera", preferisce non dir nulla sul suo incedere di penna; lascia che a discutere sia, finalmente, la gente che passeggia nelle piazze/paese del Salento di ieri, di oggi e, perché no, di domani... Buona lettura e buona visione!
Michele Mainardi

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